PRIMA FONTE

Il capitolo nono contiene una delle idee più convincenti dell'Anonimo; a proposito della prima fonte l'Anonimo non si perde in esempi ma va dritto al cuore etico della cosa: il sublime può essere raggiunto solo quando viene da un uomo credibile perché

Non è possibile che persone che per tutta la vita dedicano la loro attenzione a piccinerie e intrallazzi da servi possano produrre qualcosa degno di ammirazione e di fama perpetua”

(IX, 3)

E così nell'Iliade mentre i Greci si trovano bloccati in un'oscurità improvvisa e impenetrabile, Aiace furioso e impotente, rivolge agli dei una preghiera dignitosa e credibile:


Zeus padre libera tu dalla nebbia i figli degli Achei;

fai il sereno, permetti agli occhi di vedere:

portaci pure la morte, ma alla luce”

(Il., 17, 645-47)


Per inciso: non è un caso se questo esempio di sublime, come altri prima, è tratto dall'Iliade e non dall'Odissea: in un celebre passo di questo capitolo infatti l'Anonimo sostiene che l'Odissea è senz'altro l'opera di un genio invecchiato, in declino, e quando un autore, sia pure grande, è vecchio si fa più prepotente il bisogno, l'amore per la narrazione. E questo porta inevitabilmente con sé una certa propensione alla chiacchiera, all'effusione sentimentale, all'analisi degli affetti. Su questo punto l'Anonimo è lapidario:

Per un secondo motivo si son fatte queste osservazioni sull'Odissea, perché ti sia chiaro come il declino delle passioni nei grandi scrittori e poeti sfoci nell'analisi degli affetti”
Mi domando: a scapito del sublime?

Ma tornando a un punto quanto mai scabroso avrete capito che in questo passo l'Anonimo ha toccato un tema assai discusso nell'antichità e cioè se la poesia si possa insegnare e su quale sia il rapporto tra ingenium e ars.


Come ricorderete Platone, nello Ione, illustra la teoria dell'ispirazione poetica frutto di una possessione divina simile a quella cui sono soggette le Baccanti, un entusiasmo che ha origine dalle Muse. I poeti sarebbero solo gli interpreti delle Muse e l'irrazionalità dell'ispirazione divina si rivelerebbe nell'attitudine dei letterari all'emotività: essi soffrono, si commuovono, temono, immedesimandosi nei versi che compongono e che recitano. Chi non è ispirato dalle Muse ma possiede la sola techne non è in grado di fare poesia.

Poesia concepita prevalentemente come ars è invece quella che troviamo in Aristotele e, tra i poeti, Callimaco. Aristotele, com'è noto, non negava l'ispirazione (Arist. Poet., 1455a, 30:” Perciò la poetica è propria di un carattere versatile o di un folle, perché gli uni sono malleabili e gli altri inclini a uscire di sé”) ma ne dava una spiegazione per così dire fisiologica.

Sull'argomento Orazio :


natura fieret laudabile carmen an arte

quaesitum est: ego nec studium sine diuite uena
nec rude quid prosit uideo ingenium; alterius sic

altera poscit opem res et coniurat amice” (Hor., A. P., 408-411)

'Se fosse l'arte a fare bello il canto

o la natura, spesso ci si è chiesti:

ma io non vedo a quale risultato

porti la disciplina quando è priva

di una vena profonda, né un talento

lasciato incolto, tanto un elemento

necessita dell'altro e gli si unisce

come gli amici in un patto giurato.'

(Traduzione del Prof. Agostino Longo)


E cosa ne pensasse dei poeti invasati dal sacro furore lo abbiamo visto prima.
Secondo Orazio la soluzione del rapporto tra ingenium e ars consiste nella conciliazione fra due elementi solitamente concepiti come contrapposti.
Presentando “ogni titolo di valore estetico come il punto mediano di una contrapposizione di difetti” (per esempio l'unità come medium tra uniformità e disordine, la brevità come medium tra prolissità e oscurità) Orazio riconosce la necessità che entrambi gli elementi entrino nella creazione poetica”(LONGO 2004-2005).
Ma  se volesimo a questo punto saperne di più sull'ingenium, su quella dote innata e misteriosa che non si può imparare, ci troveremmo ancora una volta di fronte alle più grandi difficoltà. Possiamo solo ipotizzare cosa si nasconda dietro l'ingenium, da una parte e dietro la Musa, dall'altra, che ispirano il poeta, l'inconscio dell'individuo o uno stato di grazia, categorie separate del resto solo per noi oggi, mentre sappiamo che per gli antichi divino e psichico non sono affatto indipendenti (LONGO 2004-2005).
Quanto al nostro Anonimo, per quanto mi sembri a prima vista più vicino a Platone che ad Aristotele, non sappiamo esattamente come la pensasse riguardo all'invasamento divino del poeta, e questo anche per una delle più gravi lacune del testo. (Si tratta di una lacuna molto estesa: sei fogli del codice Parisinus,  equivalente a sei capitoli). 
Se tutavia dovessimo basarci sul paragone tra l'Iliade, frutto di un Omero giovane e propenso al drammatico e l'Odissea, frutto di un poeta anziano, portato più al racconto, si potrebbe pensare che l'Anonimo attribuisse una certa importanza anche alla componente fisiologica del poeta.

Al raggiungimento del sublime concorrono anche risorse, per così dire minori. Si tratta dell'imitazione e della gara con i modelli del passato. Il trattato ne parla nel XIII capitolo.

L'imitazione (mìmesis) , dice l'Anonimo, è tutt'altro che un “furto”, è piuttosto il “calco” che i grandi autori lasciano in noi, l'”impressione” potremmo dire, nel senso etimologico della parola.

Per chiarire il concetto l'Anonimo ricorre all'esempio della Pizia, che prima di dare oracoli si avvicina a un crepaccio nel terreno da cui emana un soffio divino e da questo si fa “ingravidare” e “ispirare”.

Con zélosis s'intende quel desiderio di emulazione che ci coglie nei confronti degli autori per cui nutriamo una profonda ammirazione.

Sicché, muniti di volontà d' imitazione e desiderio di emulazione, dobbiamo sottoporre la nostra opera all'immaginario giudizio dei grandi modelli e domandarci come ci giudicherebbero.

Qui l'Anonimo cita alcuni pezzi grossi di questo tibunale immaginario: Omero, Platone, Demostene, Tucidide, mentre in questa occasione non a caso tralascia Erodoto (considerato comunemente più “mediano” nello stile) e questo mi pare il passo da cui meglio potremmo argomentare che il sublime corrisponda alla categoria tecnica del grave dicendi genus.


Nel XV capitolo torna un tema centrale cui si è già accennato all'inizio: la fantasìa, cioé la capacità di trasformare le parole in immagine come mezzo per raggiungere il sublime. Non è un caso se si tratta del passo più esposto ai fraintendimenti di tipo “romantico”.

Dobbiamo ricordare che la parola ha prima di tutto un significato nell'ambito della filosofia e di quella stoica in particolare, dove la “fantasia” è la rappresentazione che si produce nella mente di chi ha ricevuto dall'esterno l'impressione di una realtà.

Ma forse l'Anonimo si riferisce piuttosto al senso che la parola aveva acquistato in ambito retorico, cioè di “descrizione icastica con effetto visivo”. A questo proposito possiamo ricordare un esempio che l'Anonimo ha già fatto all'inizio del trattato, quando loda di Erodoto la capacità di suggerire immagini agli ascoltatori e, citato il passo, aggiunge:


Non ti accorgi, amico mio, come Erodoto, prendendo con sé l'animo tuo, lo conduce in quei luoghi, trasformando in visione quel che si ascolta?”

(XXVI, 2)


Si trova in questo capitolo anche un interessante giudizio su Euripide, forse in parte riferibile al celebre giudizio di Aristotele, secondo cui Euripide sarebbe stato il “più tragico” tra i tre grandi drammaturghi.

Per l'Anonimo Euripide riusciva particolarmente bene nella rappresentazione icastica di due grandi passioni: la follia e l'amore, anche se per farlo, aggiunge, doveva forzare la propria natura per nulla portata a “cose grandi”, e non usa un eufemismo, dice proprio così.

Anche Sofocle risulta promosso a pieni voti; più scadente Eschilo, il cui difetto consiste nell'avventurarsi in immagini di altissimo eroismo, che poi tuttavia non sa rifinire adeguatamente sicché risultano, per usare parola dell'Anonimo, “di lana grezza”.


Qui si conclude la trattazione dettagliata delle due prime fonti del sublime, quelle che ci piacerebbe conoscere meglio, visto che non vi è techne per conseguirle ma sono innate.