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L’esperienza del Treno della Memoria –
dall’emozione alla riflessione
Polonia.
Treno della memoria. Centinaia di ragazzi hanno
affrontato questo viaggio […] che ha lasciato
in tutti noi emozioni diverse e spesso
contrastanti. [Enrico]
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Già la
visita alla Risiera di San Sabba a
Trieste ci aveva preparati
all'esperienza che avremmo intrapreso:
una giornata grigia, umida e fredda,
indicata per calarsi nello stato d'animo
adatto. Nonostante questo preludio credo
che però nessuno di noi […] abbia avuto
le stesse forti emozioni che di lì a
poco si sarebbero vissute in Polonia.
[Stefano] |
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[…] Per me
è stato un viaggio che ha costruito la memoria
stessa, mettendo insieme racconti, foto, luoghi
e sensazioni particolari che prima del nostro
arrivo [a Cracovia] erano solo nella nostra
mente, ancora sospesi tra mille altri pensieri.
Ma appena abbiamo messo piede nei campi di
concentramento di Auschwitz-Birkenau tutto
quello che ritenevamo mostruoso solo a pensarsi
ha trovato corrispondenza nella realtà.
[Massimo]
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Il
ghetto ebraico di Cracovia, Auschwitz e
Birkenau, avvolti nel loro tetro gelido
silenzio, hanno colpito duramente i
nostri cuori stringendoli in una morsa
che è stato difficile sciogliere.
(Enrico)Ad Auschwitz c'era la neve, la
temperatura era sotto zero, e il cielo
grigio annunciava quel senso di
oppressione e di sgomento che ha
accompagnato molti di noi in quel
giorno. Il filo spinato, gli edifici, i
viali e persino il silenzio sembravano
raccontare la storia delle migliaia di
persone che erano passate in quel campo.
[Massimo] |
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E’
passato [trascorso] tempo dai passi
percorsi attraverso i cancelli di
Auschwitz.
Sono dieci, quei passi, li ho contati
uscendo da quello stretto e fatale
interstizio tra le due porte della torre
principale.
Di
dieci semplici passi, a volte, è fatta
la libertà, ho pensato […]
Uno
strano silenzio è calato in me al
ritorno […] un silenzio privato, che
cercava di isolare quel ricordo […]. Non
volevo confondere la mia memoria con le
altre […]
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Ho
[ricostruito pian piano ciò che avevo provato].
Ho attraversato tutte le emozioni. Sono passato
da un'iniziale curiosità, da un interesse
freddamente storico, davanti al famoso cancello,
[quello con la terribile scritta] fino a
qualcosa di più, che si è fatto avanti man mano
che la neve sprofondava sotto i miei piedi, e
camminavo. La sorpresa e lo stupore, quindi, mi
hanno risvegliato da quel distacco razionale,
mentre mi accorgevo della stupenda e ingiusta
libertà che avevo io, in quel momento, su strade
solcate da piedi scalzi e morituri pochi decenni
fa. Ed ecco, subito dopo, la tristezza, ed il
dramma provato emotivamente ma anche fisicamente
per il solo gesto di alzare gli occhi; una
tristezza infinita, […] poco prima che la
rabbia, grande e incontrollabile, prendesse
piede. L’ho esplicata nella scelta, tra tante
fotografie, di un detenuto: Piotrowski era
l'unico, l'unico arrabbiato, in mezzo a decine
di facce impietrite, […] angosciate, assenti.
Accanto a quei volti sconfitti, quel ragazzo
semplice e dai lineamenti duri guardava
l'obiettivo della macchina fotografica con occhi
ancora vivi, ancora instancabilmente ribelli al
carnefice, ancora con qualcosa da dire [Andrea].
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Auschwitz I all’apparenza mi è sembrato
un villaggio: case [di mattoni] rossi,
innevate, una a fianco all’altra. In
realtà sono gabbie […]. Uomini e donne:
tutti erano imprigionati in questo posto
e sottoposti a lavori, a situazioni
indescrivibili [Marta Zolli]
Auschwitz
I con il suo assetto ordinato, il senso
permanente dell'organizzazione tramite
strutture [regolari] e cortili
innevati, trasmette il senso dell’atroce
fatica e dello |
sfruttamento dei
detenuti spinto fino alle più inumane
conseguenze [Stefano].
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Quel giorno camminando sulla neve
provavo a immaginare: chiudendo gli
occhi e tendendo le orecchie si potevano
“vedere” quelle povere [parvenze di]
persone mentre lavoravano, sentire le
urla di dolore e [i loro gemiti] di
disperazione. [Marta Zolli]
Mentre camminavo all’interno del campo
mi ha invaso un senso di vuoto e di
colpa. Procedevo in quei luoghi che
erano stati teatro di violenze orribili
e di morte [cercando di immaginare] ciò
che vi si era consumato [...] ma non ci
riuscivo e questo mi faceva stare male
perché mi sembrava di tradire il
sacrificio e il dolore di quelle che
erano un tempo persone. […] Non potevo,
pur sforzandomi, rendermi conto
pienamente di ciò che esse avevano
provato, perché io visitavo quei luoghi
con indumenti pesanti, con lo stomaco
pieno, con la mia identità inviolata,
senza subire violenze, assieme ai miei
amici. [Chiara] |
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Non ricordo di
aver avuto pensieri molto razionali durante la
vista, solo domande, moltissime domande
insistenti come falene e per la maggior parte
senza risposta […]
Sono state persone
che sembravano assolutamente normali a creare
questo inferno […]
[e poi] in che
senso si sarebbero orientate le mie scelte e le
mie azioni se fossi vissuta in quel periodo? Me
lo chiedo sempre […] [Eva].
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L’aspetto della visita ai campi […] che
mi ha segnato maggiormente è stato il
loro essere concepiti come vere e
proprie macchine della morte, dove ogni
parte del processo di distruzione delle
persone aveva un fine: i capelli usati
come filo per creare tessuti, le ceneri
per concimare i terreni, i beni
confiscati per arricchire la Germania...
Mi ha impressionato la freddezza con cui
la mente umana ha concepito tali
meccanismi. E’ stato difficile credere
si siano potuti compiere gesti così
abominevoli nei confronti dei propri
simili [come il] processo di
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annientamento [della persona], uno dei più
orribili che un uomo possa provare: […] ti priva
della forza per contare su te stesso e, facendo
leva su di essa, per riuscire a combattere. Mi è
rimasto inoltre impresso nella mente il fatto
che i bambini nati all’interno del campo, anche
dopo la liberazione, credessero che il loro nome
corrispondesse al numero che i nazisti avevano
loro assegnato e tatuato. [Chiara]
[…] quando
credevamo che il peggio fosse passato, […] ecco
che ci ritroviamo nel campo di sterminio di
Birkenau.
Là il
freddo era ancora più pungente, ed era facile
perdersi con lo sguardo tra la distesa di
baracche che emergevano dalla neve. Sapevamo
bene che Birkenau era un campo di sterminio,
sapevamo cioè che chi arrivava lì [era destinato
a morire]. Abbiamo provato ad immaginare ma ci
siamo spaventati mentre camminavamo a fianco dei
binari del treno. [Massimo]
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E’
stato […] al secondo campo che la forza
delle emozioni iniziali è stata
lentamente sostituita dall'angoscia,
dalla solitudine. Ero sempre più senza
fiato, mentre la repulsione verso tutti
mi faceva cercare la solitudine […] Mi
sono allontanato dal gruppo […] mi sono
lasciato naufragare in quel pallido
giorno d’inverno […] |
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Per minuti
che ancor oggi mi sembrano ore non ho provato
più nulla. Ne' fastidio, ne' disgusto, ne' odio,
ne' rabbia, ne' angoscia. Ansimavo nella neve.
[Andrea]
Primo Levi
aveva ragione nel dire che se i lager fossero
durati più a lungo sarebbe nato un nuovo
linguaggio,
perché quello che siamo abituati ad usare è
inadeguato a descrivere ciò che avveniva al loro
interno. In effetti, una delle prime cose che mi
sono venute in mente a Birkenau è che il
linguaggio fosse stato stravolto. […] Birkenau
significa “villaggio delle betulle”, se ben
ricordo.
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La cosa mi
è sembrata di un’atroce ironia: dovrebbe
essere bello vivere in una terra piena
di betulle, e invece … Ho avuto
l’impressione che in quel luogo si fosse
raccolto tutto il dolore del mondo.
Il campo
era immenso, in qualsiasi direzione si
volgesse lo sguardo non se ne vedeva la
fine: solo file e file di baracche e
recinti di filo spinato. Si aveva quasi
l’impressione che il resto del mondo
fosse scomparso, o almeno io immagino
che i deportati l’abbiano percepito in
questo modo. [Eva] |
[Nella]
sala all’interno del campo di Birkenau […] sono
contenute le foto delle vite dei deportati prima
di essere rinchiusi nei lager: Migliaia di
sorrisi e di vite spezzate, persone che
all’improvviso sono state private di quello che
per me appariva fino a quel momento come la cosa
più banale e scontata, ossia una vita normale.
[Chiara]
[…] sogni,
progetti, speranze … tutto distrutto, tutto
inghiottito … Ho pensato ad un mondo che
sarebbe potuto essere e non è stato. Poi non
sono riuscita a pensare più a niente. [Eva]
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Poi, ho visto le foto. Foto di ragazzi
come me […], foto di famiglie come la
mia, foto di classi, foto di automobili
fiammanti e di giocattoli mai più
rivisti. Guardandole, mi sono ridestato
da quella catarsi dolorosa. Ho pianto
tutte le mie lacrime. Ho pianto perché
accanto alla foto c'era la carriola
adibita alle ceneri, ho pianto perché
quelle foto erano rimaste sole, ho
pianto semplicemente perché vedevo
gente, persone normali, che avrebbero
potuto fare e dire cose, e a loro non è
stato concesso di farle. Ho pianto […]
perché l'ingiustizia è difficile da
sopportare, se non si è già del tutto
vinti dal […] cinismo. [Andrea] |
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Credo di
aver lasciato molte lacrime su quella neve, non
mi vergogno ad ammetterlo: ma ho anche ricevuto
[qualcosa] che è ora parte di me e che porterò
dentro di me per sempre. Qualcosa che tutti
dovrebbero conservare […] [Marta Zolli].
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[e
dopo] una toccante cerimonia di
commemorazione delle vittime della
ferocia nazifascista […] [Stefano].
Credevo che me ne sarei andato così, con
le lacrime ed il volto sfigurato
dall'espressione di dolore ormai
pietrificatasi, ma non è andata in tal
modo.Sono uscito fuori, ormai da solo
-ero rimasto infatti indietro a tutti- :
[ho avvertito] un lieve raggio di sole
oltre gli alberi, […] [un] tenue raggio,
che porta con sé tutti i colori che ci è
dato percepire. |
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Avevo visto la morte, e ho pensato alla
vita.
Ho
visto l' odio, e ho pensato
all'amore.[…] a noi è stato concesso di
conoscere la vita, la fortuna di
continuare a esistere, verso un domani
fatto di colori. Sono i colori che hanno
sconfitto il buio di Auschwitz e di
quegli anni, lasciando [man mano] dietro
di loro il ricordo e tanto silenzio.
[…]
Anni dopo si sarebbero alzati canti di
libertà, di pace e di amore nel mondo, e
questa è stata la vera sconfitta di
Auschwitz. |
Adesso quel
campo è vuoto, coperto solo di neve e di passi,
i nostri, che sono quelli dei testimoni. Il vero
significato di quel monumento non è la
prigionia, ma rivendica la libertà: la vita, non
la morte. […]
Solo il
sorriso che insegnano quelle foto ci porterà
lontano, solo quella forza vitale che sembrano
suggerirci quei personaggi in bianco e nero:
loro non hanno vissuto, noi possiamo e troppo
spesso ce ne dimentichiamo.
[…] da
quella volta mi ricordo sempre che [il sole]
comunque c'è, semplicemente oltre le nuvole, e
può squarciarle da un momento all'altro.
[Andrea]
[Ho
provato] difficoltà nel mettere per iscritto
delle emozioni per le quali mi sono sentito
insignificante nel solo tentativo di capirle
davvero, [tuttavia riordinare] le proprie
impressioni non solo può essere d'aiuto [ad
altri] ma fornisce una ipotesi di lavoro
concreta di comprensione anche per se stessi.
[…] credo sia necessario porre una parola
riassuntiva dell'esperienza fatta in Polonia:
fatica. Una fatica fisica, che aiuta a porsi con
semplicità di fronte alle cose, ma soprattutto
una fatica che definirei intellettuale.
Mi sono
infatti trovato in difficoltà più di una volta
durante il viaggio in quanto la [sensazione di]
sproporzione nei confronti delle esperienze
particolarmente intense che abbiamo vissuto mi
ha impedito sul momento di dare un giudizio
critico sugli avvenimenti in quanto sopraffatto
da un odio spontaneo per tali orrori e proprio
per questo motivo ho trovato davvero utili i
momenti di riflessione e di ricapitolazione
compiuti con Gaetano o più semplicemente tra di
noi. [Matteo]

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Il
maggior pregio del viaggio è stato
quello di proporre una sensazione di
vicinanza tra noi e quel periodo […] con
tutti coloro che l’hanno vissuto.
E’
[stato] confortante potersi confrontare
con altri ragazzi e con gli stessi
accompagnatori, che – essendo così
giovani – sono molto vicini a noi, e
riscontrare in loro le stesse
sensazioni, emozioni, opinioni [Marta
Lovato] |
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I frutti [delle]
visite e le impressioni “a caldo” sono state
raccolte nell'incontro collettivo di tutti i
partecipanti al club 'Rotunda'. Personalmente,
ritengo quel momento il più costruttivo del
nostro itinerario, quello che ha fornito gli
strumenti, i tempi e i modi di riorganizzare le
emozioni suscitate in noi durante quella
permanenza in Polonia, […] insegnandoci a
giudicare il singolo in quanto tale, per quello
che è davvero, non per l'appartenenza ad una
'razza', che in fondo è una sola, quella umana.
[Stefano]
Avevo letto
e sentito [più] testimonianze, ma l’esserci di
persona, l’aver camminato su quella terra,
l’aver visto quei luoghi è tutta un’altra cosa.
Mi
chiedono: “Sei stata ad Auschwitz? Come è
stato?”. Che dovrei rispondere? […] … che si può
dire? E’ un’esperienza che tutti dovrebbero fare
perché ti lascia molto dentro. Però chi la
intraprende deve sentirsi pronto ad affrontare
un viaggio del genere. [Marta Zolli]
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L’esperienza del “Treno della memoria”
e tutte le attività connesse a questo
progetto si sono […] configurate come
una grande opportunità di crescita,
sotto ogni aspetto, da quello
prettamente culturale, […] a quello più
personale ed umano, soprattutto per la
natura stessa del progetto nel quale noi
ragazzi abbiamo potuto confrontarci,
discutere e -non ultimo - anche
divertirci creando una vera e propria
comunità viaggiante unita dallo stesso
interesse, quello di vedere, osservare,
capire ed elaborare uno |
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degli
eventi più tragici e drammatici della nostra
Storia, per diventare poi testimoni e custodi di
una memoria che per noi è diventata indelebile.
Durante gli
incontri di preparazione al viaggio in Polonia e
successivamente con la visita a Porzus e alla
Foiba di Basovizza, ho colto l’importanza di
queste iniziative […]. In particolare, le parole
del professor Roberto Spazzali mi hanno permesso
di capire la responsabilità che i giovani hanno
nel diventare testimoni di questi fatti a noi
anche molto vicini – nel tempo e nello spazio -
e soprattutto la fortuna che la nostra
generazione, rispetto a quelle che ci hanno
immediatamente preceduto, ha nell’avvicinarsi
allo studio del passato […] .Troppe volte,
infatti, il mondo della storiografia si è fatto
condizionare nelle sue analisi, indagini e
riflessioni, da forti retaggi ideologici, […]
impedendo così, il più delle volte […], di fare
luce e fornire spiegazioni quanto più oggettive
su molti eventi, soprattutto su quelli avvenuti
nel XX secolo.

Il
risultato è stato di quello di classificare e
distinguere, da una parte e dall’altra, eventi
tragici come genocidi, massacri e stermini a
seconda dell’appartenenza politica dei
carnefici, commettendo così il gravissimo errore
di non onorare dovutamente le vittime di tali
follie e non esaltare quel valore universale per
cui molte di loro sono morte: la libertà. Per
questo noi giovani […] grazie anche all’impegno
di associazioni come Terra del Fuoco, abbiamo la
possibilità di superare questi rigidi dualismi
[…], diventando così i testimoni di una memoria
storica più rigorosa, fondamentale punto di
partenza in vista della costituzione di una
società [più giusta e democratica].
L’esperienza del
Treno della Memoria dunque si conclude, ma ha
inizio il nostro percorso di cittadini,
consapevoli dell’importanza del valore del
ricordo e della memoria, e di testimoni degli
ideali di libertà e uguaglianza, per i quali nel
corso di quei tragici eventi milioni di persone
hanno versato il loro sangue. [Giovanni].

Matteo Berti, Massimo Bertoli,
Marta Lovato, Stefano Maccioni, Enrico Merlino,
Andrea Nocerino, Chiara Scialino, Giovanni
Tonutti, Marta Zolli, Eva Zucchiatti
Liceo
Classico “J. Stellini” - Udine, maggio 2010
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