MAGNA MATER
22-27 marzo
vedi anche Megalensia
Liv. 29, 10; Ovid. Fast. 4, 223; Serv. Aen. 9, 116
Le feste per la Gran Madre a Roma si distinguono in due periodi: uno dal 22 al 27 marzo, l'altro dal 4 al 10 aprile. Il primo comprende le feste di rito frigio, il secondo quelle d'istituzione romana (Megalensia).
La Magna Mater altri non è che la dea Cibele, la grande divinità della Frigia, detta anche "Madre degli dei" o "Gran Madre". Il suo culto è importato a Roma nel 204 a. C., durante le guerre con Cartagine, quando il senato decide di far venire da Pessinunte la "pietra nera" (magica, perché caduta dal cielo), simbolo della dea e di costruirle un tempio sul Palatino. Nelle intenzioni del senato il culto di Cibele avrebbe forse rinfrancato il sentimento religioso e il morale della popolazione, stremata dalla guerra. L'adozione del culto di Cibele sarebbe stata suggerita dagli auguri, che avevano consultato i Libri Sibillini e ne avevano ricavato un'allusione alla dea e all'opportunità di introdurla in Roma, per avvantaggiarsi nella situazione bellica. Per questo vengono mandati ambasciatori al re Attalo, che acconsente, dietro assicurazione che alla dea sarà tributato il culto che le compete. A Roma la pietra sacra doveva essere accolta dall'uomo e dalla donna migliori tra i cittadini. Per gli uomini fu scelto Publio Scipione Nasica, lo strenuo avversario dei Gracchi. Più confusa, nelle fonti antiche, l'identità della donna prescelta per il delicato incarico.
Questa la versione di Ovidio: un corteo di donne si reca ad accogliere la pietra a Ostia; tra queste c'è Claudia Quinta. La nave, che dovrà condurre la pietra a Roma, si insabbia; allora Claudia, la cui moralità era stata messa in dubbio, entra nel Tevere e coi capelli sciolti invoca la dea e le domanda di seguirla, per dimostrare a tutti la propria innocenza. Subito dopo, senza alcuno sforzo, Claudia afferra la fune e riesce a trascinare l'imbarcazione.
Compagno di Cibele è Atti (Attis). Questi, secondo Servio, impazzito per amore dell'ermafrodito Agdisti, si evira nel corso di una celebrazione orgiastica. Invece per Ovidio, Atti, scacciato da Cibele, che lo ha sorpreso con la ninfa Sangari, si mutila per il dispiacere con una pietra tagliente. Secondo alcuni queste scene di evirazione si svolgevano realmente nei culti asiatici di Cibele.
Il culto di Cibele, che è solitamente rappresentata con la testa coronata di torri, accompagnata da leoni, o su un carro trainato da questi animali, sopravvive a lungo nella storia dell'impero romano.
Insieme a Cibele giungono a Roma anche i suoi sacerdoti, detti Galli, il cui capo è l'Arcigallo.