FORTUNA MULIEBRE
7 luglio
Liv. 2, 40; 10, 23; Dion. Hal. Ant. Rom. 8, 56; Festo (Pudicitiae); Val. Max. Memor. 2, 1, 2
In questa festa si ricorda la dedica del tempio a questa Fortuna. Secondo Livio le matrone romane avevano chiesto al senato di edificare a loro spese un tempio alla Fortuna sotto il nome di Muliebre, nel luogo in cui esse, condotte da Veturia e da Cornelia, rispettivamente madre e moglie del Celebre Coriolano, l'avevano persuaso a non prendere le armi contro la patria. Il senato avrebbe accolto la richiesta, a patto che il tempio fosse costruito col denaro pubblico, e che il rito fosse controllato dai pontefici. Le donne allora avrebbero deciso di far costruire a proprie spese una staua della dea. Il giorno della dedica del tempio si sarebbe manifestato un prodigio: la statua avrebbe pronunciato queste parole: "Voi mi avete dato, o matrone, ai riti santi di Roma".
I pontefici avrebbero nuovamente sottratto alle donne il controllo del culto, stabilendo che non potessero parteciparvi né le vedove, né le donne rimaritate, ma solamente le spose novelle. Siccome le stesse regole valgono anche per il culto della Pudicitia, venerata in una cappella del foro boario, è possibile che alla Fortuna muliebre sia stato tolto qualsiasi carattere che potesse farla considerare una nuova personificazione della Fortuna primigenia o della Fortuna virile. In questo modo la Fortuna muliebre sarebbe rimasta una sorta di variante della Pudicitia (divinità che a Roma ha due templi: uno più antico nel foro boario, l'altro nel Vico lungo, edificatole da Virginia, figlia di Aulo, respinta dal padre patrizio, perché aveva sposato Lucio Volumnio, un console plebeo.
Il divieto di partecipare al rito della Fortuna muliebre e della Pudicizia per le donne rimaritate rimanda al pregiudizio secondo il quale le donne che si risposano sarebbero di indole intempreante e libidinosa.